Dorothy Circus Gallery – 3 The Doors of Perception, Good is Her Deejay

‘Le donne sono tutte diverse.

Fondamentalmente sono una combinazione di quanto c’è di peggio e di quanto c’è di meglio al mondo, magiche e terribili.’

Charles Bukowski, Donne, 1978

“Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò’

Genesi,  3, 6

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L’arte è femmina.
E come le femmine, corrompe.
Chiama, seduce e poi smuove il mondo da dentro.
Corrompe dal profondo delle nostre certezze venendocele a prendere in posti oscuri.

E basta uno sguardo.
Per cambiarci dentro.

L’arte è femmina perché è come la parte più istintiva delle donne.
E perché come le donne non ha l’ambizione di cambiare il mondo.

Non riassume la propria esistenza nelle risposte ma lascia sospesi sull’orlo di nuove domande.
Per questo gli uomini non capiscono le donne ma gli artisti sanno raccontarle così bene.

Perché dipingono i loro occhi dello stesso indefinito significato che rende l’arte oscura e magica insieme.

E’ come un rumore sordo che cambia eco in ognuno di noi.

Guardate la malinconia conservata, accesa, vissuta negli occhi delle donne di Afarin Sajedi.

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Mettete i vostri occhi di fronte ai loro come i palmi delle mani, li sentirete spaccarsi delle lacrime di una malinconia lontana.

E’ un’arte potente la sua, come il dolore delle donne, capace di muovere eserciti e distogliere destini.

Commuove di un’emozione che arriva dai limiti del corpo, senza lasciare scampo.

E non importa quanto la sporchi di storture e ferite, lo sguardo torna sempre sui pezzi d’anima sbriciolati nelle iridi acquose, fatte di cristallo e sofferenza.

E’ qui che la pittura fatta di essenziali complessità dell’artista iraniana incontra e si fonde con le sculture amorfe di Francesca Romana Di Nunzio.

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Belle di un’inquietudine tangibile che corrode lo sguardo.
E’ la contraddizione dell’arte, fare male di un’estasi dolorosa.

Anche in questo è uguale alle donne, che attraverso il dolore perpetuano di vita.
E forse è per questo che nei loro occhi, di vita, ne scorre molta di più.

Come nelle opere di Sas e Colin Christian.

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Eroine a metà tra seduzione antica e glitterato eroismo contemporaneo.

Hanno visi disegnati intorno a occhi che ti guardano e ti assorbono, ti divertono e non ti lasciano andare, ti inchiodano a eccessi e paure.

Ti scelgono.

E sono così veri e spudorati a dispetto di un tratto irreale e ingenuo.

Incontrare le opere di questi quattro artisti alla Dorothy Circus Gallery, in occasione della mostra ‘God is her Deejay’,  è stato come seguire le briciole dell’esistenza seminate nell’essenza delle donne raccontate in ciascuna opera.

Anche l’arte fa così, ritaglia un pezzo di tela e dentro ci versa un mondo.
Oppure addirittura lascia che quel mondo ti venga incontro da una parete.
Come si affacciasse da universi nascosti, sta lì a guardare te e non viceversa.

Per questo corrompe e inquieta.

Usa la bellezza per sgretolare muri di certezze e aprirti possibilità che non credevi esistessero.

Non promette verità.

Ti provoca, seduce, attira, corrompe.
E’ come Eva che invita Adamo a provare la mela.
Non c’è obbligo o costrizione, l’arte fa delle domande, non regala risposte.
Sconvolge il nostro mondo e poi aspetta che siamo a rimetterne insieme i pezzi.

“Comprendevo la sua bellezza, ma, nello stesso tempo, mi sentivo molto oppresso…
Provo sempre un senso di pena e di inquietudine, quando contemplo per la prima volta un simile quadro della natura: ne sento la bellezza ma mi riempie di angoscia” 

“Mi piace guardare quel quadro! Quel quadro! Esclamò ad un tratto il principe,
come colpito da un pensiero subitaneo, quel quadro!
Ma tu sai che, osservandolo a lungo, si può anche perdere la fede?”

da ‘L’Idiota’, 1869

E’ in questo romanzo che Fedor Dostoevski ha scritto che il mondo sarà salvato dalla bellezza.

Magari tutto il mondo no, forse solo le anime corruttibili dalla meraviglia.

Dall’arte.

O dalle donne.
O da entrambe.

(Dorothy Circus Gallery – 3 The Doors of Perception, a cura di Alexandra Mazzanti, Edizioni Drago, Febbraio 2015)

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Giorno della Memoria, la banalità di chiamarlo passato

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.”
Hannah  Arendt, ‘La banalità del male’

 

“Hitler è una verità nascosta nel profondo di noi stessi che può risorgere in qualsiasi momento.”
Eric Emmanuel Schmitt, ‘La parte dell’altro’

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Era il 27 Gennaio 1945 quando le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz, per celebrare  quella liberazione, le Nazioni Unite hanno scelto questa data  per la commemorazione delle vittime della Shoah.

Fiumi e fiumi di parole di indignazione e disgusto si versano, come ogni anno, nel ricordo di quel genocidio.

Programmazione televisiva in tema, approfondimenti sui giornali e in tv e servizi sull’argomento, social network invasi da link e immagini e frasi ad effetto, tutti impegnati nella corsa alla commozione.

Il circo.

Lo spettacolo del circo mediatico impegnato a trasformare in evento una tragedia e perpetuarne il ricordo anno dopo anno, in nome di un solo slogan banale ipocrita e pretestuoso ma intrinsecamente falso.

Per non dimenticare.

Come se avessimo capito, imparato.
Ogni anno come se fossimo diversi.
Come se l’Umanità fosse migliore.

Hitler è morto, l’antisemitismo no e il razzismo neanche.

Neanche la pretesa degli stati sovrani di fare ciò che vogliono sul proprio territorio.
Neanche la non coscienza di uccidere in base a questioni di razza o provenienza.

Siamo così presi a commemorare e a rivivere tutto come in un film in bianco e nero che abbiamo preso a vedere la Storia come qualcosa di distante, diversa e irripetibile.

L’abbiamo banalizzata rendendola esclusiva del nostro passato.
Come se non fossimo noi ancora prosieguo di quella stessa Storia.
Come se gli aguzzini della Shoah non fossero fatti esattamente come noi.

Noi come Hitler.

“ L’errore che si fa con Hitler è di considerarlo un individuo eccezionale, un mostro fuori dalla norma, un bruto senza eguali. Invece è un essere normale. Normale come il male.” –da ‘La parte dell’altro’ di E.E. Schmitt.
Teniamo stretta la convinzione che Hitler sia diverso da noi perché ci fa comodo pensare che quel male non sia replicabile, che sia passato, che si debba ricordare per rispetto mentre dovremmo ricordarlo per timore.
Consegnare Hitler alla Storia come l’anomalia nello scorrere degli eventi, è la più pericolosa delle ingenuità.

Non è un concetto nuovo quello di Schmitt, la ‘normalità’ dei carnefici tedeschi era già stata trattata da Hannah Arendt ne ‘La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme’, raccontando per il New Yorker il processo che portò alla condanna a morte del funzionario tedesco. Gli psichiatri che seguirono Adolf Eichmann durante il processo affermarono che non ci fosse niente di anormale in lui, che tutto nel suo essere tratteggiava il più comune degli uomini.

Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.”        

Ed è esattamente da questo che probabilmente nasceva la sua fedeltà al regime, il suo eccesso di zelo nell’eseguire gli ordini e la sua incapacità di distinguere il male che stesse facendo. Una delle sue più frequenti risposte quando veniva interrogato, era che stesse eseguendo gli ordini. Non fu il solo. Leon Goldensohn, uno degli psichiatri americani che parlavano con gli imputati del processo di Norimberga ha raccontato della freddezza con cui i detenuti raccontassero dei genocidi e di come la più frequente delle frasi che usavano per difendersi fosse proprio ‘eseguivo solo gli ordini’.

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La scrittice di origini ebraiche Hannah Arendt

Il problema per Hannah Arendt, non era il come il male si manifesti ma come nasca.
Che non ci sia eccezionalità negli individui che vivono senza essere capaci di opporvisi.

La Storia è un flusso infinito di eventi destinati a ripetersi perché gli uomini non accettano che l’errore, il male, la cattiveria, facciano parte della natura umana come qualsiasi altra emozione.

Auschwitz fu teatro di uno dei peggiori abomini ma la Soluzione Finale non fu un’idea di Hitler, la copiò.
Semplicemente lui la prese dagli statunitensi, dal modo in cui erano riusciti segregare ed eliminare i nativi d’America.

E la Storia si rincorre ancora.
O addirittura si sovrappone.

I giudici di Norimberga erano stati scelti dalle tre potenze vincitrici, URSS, Stati Uniti e Inghilterra, più la Francia.

Durante lo svolgimento dei processi giudiziari, negli Stati Uniti vigevano ancora le più severe leggi di segregazione razziale. Un bianco non poteva servire un nero in un ristorante, una donna di colore doveva cedere il posto in autobus a un uomo bianco, in molti luoghi pubblici c’era una parte dei locali per bianchi e un’altra per i neri.

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La Russia pullula di gulag, campi di concentramento siberiani in cui l’Unione Sovietica manda a morire i dissidenti del regime.

Non è un sistema di corsi e i ricorsi storici di cui è responsabile la Divina Provvidenza, come sosteneva Vico.
E’ la Storia fatta dagli uomini che hanno allontanato l’idea di Hitller definendolo pazzo, diverso e malato.
E’ la Storia fatta dalle scelte degli uomini che hanno capito e imparato e celebrano per non dimenticare.
Eppure, dal 1945 ad oggi si sono consumati altri olocausti, meno rumorosi forse ma non meno dolorosi.

Dall’Indonesia al Bangladesh, dalla Cambogia al Ruanda, sono morti più di otto milioni di esseri umani, tra genocidi e pulizie etniche. L’ultima in Darfur è ancora in corso e conta, ad oggi, più di 400.000 morti.

La verità è che abbiamo già dimenticato, ogni volta che abbiamo lasciato che accadesse ancora.

Ogni volta  che celebriamo con commozione il ricordo di qualcosa che non abbiamo vissuto e poi diciamo frasi come ‘stessero a casa loro’, ‘vengono qua a rubarci il lavoro’, ogni volta che usiamo la parola ‘frocio’.

Perché rispetto non è una parola con cui riempirsi la coscienza, ma un lavoro che facciamo con noi stessi a dispetto di un’indole che in fondo, ha ognuno di noi.

“Trovare una causa unica per il male significa non riflettere, significa farne una caricatura, ridurre il problema, scegliere di  accusare anziché spiegare” -ancora E.E. Schmiitt

Settant’anni fa, sette milioni di ebrei sono stati sterminati da una nazione colta e civilizzata, la patria di Goethe e Beethoven e Max Ernst.

Erano come noi e come noi potevano scegliere.
E hanno scelto di essere Hitler.

Oggi commemoriamo.

Domani anche noi potremmo essere l’altro.

Rossana Soldano

Riferimenti bibliografici

Eric Emmanuel Schmitt, La parte dell’altro, edizioni e/o, 2001
Hannah Arendt, La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme,  Feltrinelli, 1964
Leon Goldenshon, I taccuini di Norimberga; uno psichiatra americano incontra imputati e testimoni, Il Saggiatore, 2004

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Francesco Astiaso Garcia, l’arte alla sua maniera

E’ come un’impronta.

Non siamo noi, è l’arte che sceglie.

In una stanza piena di dipinti, mentre l’occhio cerca, è sempre l’arte che ci guarda e sceglie.

Spalle al muro, apparentemente vuoti di passato, i quadri hanno una consapevolezza storica che a noi sfugge.

Erri De Luca ha scritto che ‘se non si scrive per essere letti dagli antenati, non resta impresso niente sulla carta’.

Anche l’arte è così, in ogni opera, in ogni artista, si confronta con la Storia che l’ha resa ciò che è.
A volte riesci a leggere tutta quella Storia sotto le pieghe di colore, al tocco della tela.
Altre volte, è un pugno nello stomaco quando entri in una sala, e un graffio di pennello sembra riconoscerti.
E ogni artista di talento è un passo, un margine, oltre la linea di quella Storia. Ma anche vivo e pieno di quella Storia.

Se non fosse così, l’arte sarebbe ancora disegni sulla pietra.

Il pugno nel mio stomaco si chiama ‘Soffio’ ed è un dipinto di Francesco Astiaso Garcia, le cui opere sono in esposizione al Complesso Monumentale L’Agostiniana, a Piazza del Popolo, fino al 3 luglio. La mostra, ‘A mi manera’, composta da circa 140 opere, è un viaggio nella storia dell’artista italo spagnolo. Una storia pittorica piena di tutto ciò che compone una vita. Viaggi, persone, momenti. Lasciando sempre in sospeso la domanda, fondamentale per un artista, se sia la vita a creare l’arte o viceversa. Il percorso, seminato in tre diversi momenti pittorici, spazia tra il materico, l’astratto e il figurativo. Ma è quando l’artista romano mischia –letteralmente- gli stili, in particolare l’astratto e il figurativo, che raggiunge l’eccellenza. Con una ricerca del nuovo, del particolare, e una ricercatezza dei materiali e delle tecniche.
E allora basta un po’ di carta regalo tra la tela e il colore a inventare una storia; bastano delle gocce di pittura, casuali, per richiamare un paesaggio Africano o uno schizzo d’olio su un foglio di carta per ‘creare’, dal nulla, un pugno nello stomaco.

Una contemporaneità che rimanda continuamente al classico.

Ognuno dei dipinti ti guarda da dietro quella patina di astratto che è la nostra immaginazione.

Ci lascia liberi di vederci dentro ciò che siamo capaci di creare, una tela fatta di suggestioni. Dipinti pieni di ciò che gli occhi di chi guarda, sono capaci di vedere.

Potente.

Nella sua pazzesca –per un ventinovenne- visione dell’arte, Francesco Astiaso Garcia impressiona per la personalità e lo stile riconoscibili, anche nella diversità dei suoi momenti artistici. Un gusto estetico che macchia anche il suo modo di parlare e forse anche il suo modo di vivere, alla sua maniera. Non sorprende che un carisma così si riconosca in una frase di Giovanni Paolo II, ‘siate quel che dovete essere e metterete fuoco nel mondo’.

Anche la Fede è un’impronta.

Anche la Fede, ci sceglie.

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Saverio Raimondo, il suo mondo parallelo fatto di logica surreale

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Marzo 2013

Saverio Raimondo non è una persona -almeno, non solo- direi piuttosto che è un processo mentale.

Ci devi un po’ arrivare.

E’ come un mondo parallelo che se non ci passi un po’ di tempo non sai che clima c’è.

Se non ci fosse lui, sul palco, a interpretare i suoi pezzi , i suoi pezzi non sarebbero la stessa cosa.

Perché nessuno ha quella faccia lì.

Per citare Filippo Giardina, è l’unico uomo credibile sia come diciottenne che come quarantenne. Io non so ancora da dove provenga la sua comicità. Ed è questo il bello.

Nonostante la sua giovane età (non ha ancora 30 anni), Saverio Raimondo ha un curriculum sorprendente.
Ha cominciato nel 2002 con Serena Dandini con cui ha collaborato prima all’Ambra Jovinelli e poi in Rai per approdare prima a Radio Capital, dove conduce un suo show satirico, ‘RaimondoVisione’ e poi ancora a La7, a Tetris. 
Ha un blog sul Fatto Quotidiano ed è l’ideatore (insieme a Massimo Innocenti) di Cocktail Comedy, di cui è direttore artistico.

Il più anglosaxon dei comici di Satiriasi – se cercate ‘satira anglosassone’ su Google, accidentalmente appare il suo nome in cima alla pagina- è anche il più imprevedibile. Impettito nella sua giacchetta di tweed e con quell’aria un po’ austera, Saverio Raimondo sul palco è capace –credetemi- di fare qualsiasi cosa. Due settimane fa con la febbre a 39 ha pensato di condividere la malattia con gli spettatori, tossendo senza ritegno sul pubblico delle prime file.
E questo –credetemi ancora- non è la cosa più disgustosa che abbia fatto su quel palco, solo che l’altra non è ripetibile.
In fondo, come lui stesso sostiene ‘la comicità è scivolare su una buccia di banana, la satira è scivolare su un preservativo usato. Fanno ridere entrambe, ma nel secondo caso fa più male e fa più schifo’.

E’ questo il bello.

Ti aspetti che possa dire e fare qualsiasi cosa e, in effetti, puntualmente lo fa. Non è mai sotto le aspettative.
Ma la cosa più incredibile di questa sua satira è la maniacalità con cui mischia l’assurdo con la logica.
Una comicità fatta di surrealismo che si attorciglia intorno all’ovvio. E’ l’ossimoro fatto comedian. 
E ho provato a chiederglielo da dove provenga questa sua capacità ma o non ha voluto dirmelo o forse, semplicemente, non lo sa neanche lui. E come tutte le persone intelligenti, se non sa, non dice. Eppure gli piace veleggiare sulle contraddizioni. Essere tutto e il suo contrario. L’Amanda Lear della satira. Ti mette a disagio con la sua faccia pulita e lo capisci dagli occhi che sta pensando molte più cose di quelle che dice. Eppure è uno che finisce sempre la frase, che non lascia mai un discorso a metà. Gli ho detto che meditavo di usare l’espressione ‘faccia da culo’, ma neanche lì si è scomposto. Anzi, sospetto che l’idea gli sia anche piaciuta.

Saverio Raimondo è uno che dal palco è capace di convincerti di qualsiasi assurdità.

E di farti ridere di quell’assurdità.

Di farti ridere con un silenzio, una pausa, un vuoto di attesa negli occhi del pubblico.
Giusto quella frazione di secondo che serve a intuire la battuta, a entrare nell’ambiente.

Ad acclimatarsi.

A sentirti attratto da un mondo parallelo, quello della sua testa, che puoi spiare da un vetro.

E credo sia questo il bello.

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Velia Lalli, la sua ‘Vita contromano’ tra coraggio e talento.

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Marzo 2013

Dopo tre mesi di Satiriasi ho capito una cosa di Velia Lalli.

Velia Lalli ha paura. Non paura del pubblico, quello lo affronta con estremo candore.

E non ha paura di essere l’unica donna ad esibirsi alla Locanda Atlantide con quel gruppo di sciagurati (io personalmente ne avrei, quindi direi, molta stima).

Non ha paura neanche di essere in un mondo precario, di fare un mestiere che è tante cose ma stabilità sicuramente no.

Andando per ordine, dovrei raccontarvi il suo vissuto. E poi, davvero, le sue paure.

Eppure penso che sia molto più difficile raccontare qualcuno attraverso il suo coraggio.

Perché il coraggio è scellerato e spudorato e molti pensano di poterlo riconoscere senza bisogno di tramiti.

E invece no, perché non puoi riconoscerlo se non conosci vissuto e paure di qualcuno. Cosa c’è dietro la scelta di lasciare un mestiere sicuro per fare l’attore e sentire addosso gli occhi di chi sta giudicando le tue scelte. Non puoi capire il coraggio se non sai che quella scelta nasce dalla paura di vivere una vita non tua, piena di persone diverse che non ti somiglieranno mai.

‘Una vita contromano’ quella della Lalli, come recita il sottotitolo del suo spettacolo ‘Senso vietato’, portato in scena al Publisher Pub l’8 e il 9 febbraio scorso. Certe donne per cambiare la propria vita tagliano i capelli. Velia Lalli ha cambiato la sua vita tagliandola a pezzettini e sbattendola su polverosi palchi.

Cantante Jazz, lirica, comedian di Satiriasi.

Unica donna di Satiriasi.

Cercate la parola Satiriasi sul dizionario e capirete la difficoltà di una donna di salire su quel palco e raccontare se stessa, schiacciata tra due monologhi a caso, di due di quei comici lì, a caso. E lei non ha paura neanche di questo. Sale su quel palco ogni due settimane raccontandosi in una femminilità satirizzata, messa lì a disimpegno tra quello che siamo e quello che molte non hanno il coraggio di essere. Dice di scrivere filtrando la realtà e facendola assomigliare a se stessa.

Filtri su filtri fatti di un’anima femminile a contatto con una comicità inequivocabilmente maschile.

E tutto diventa un ibrido che ci rende insieme più simili e più diversi. Dopo secoli e secoli di humor di qualsiasi tipo, nessun uomo sarà capace mai di far ridere una donna come sa fare una donna. Velia Lalli ci tira su la risata da dentro. Prendendola in ogni vezzo delle nostre diverse personalità a confronto con tutte le piccolezze di cui gli uomini ci accusano perché non sono capaci di vedere tutti i colori del mondo.

E neanche di ridere davvero della paura.

Lelia Valli ha paura di se stessa.

E fa bene. Ha ragione. Perché una personalità come la sua, sfugge a macchia d’olio sul tavolo della vita.

E’ tante cose e tutte queste cose sono difficili da tenere insieme.

Riferendosi a Proust, Alessandro Baricco ha detto che uno scrittore spezzetta la vita, e più sono infinitesimali le parti in cui la divide più viene fuori la sua tecnica, la sua capacità di analizzare il mondo. Ma poi c’è il talento e quello serve a rimetterlo insieme (il mondo), a farlo ritornare un’unicità.

Ogni due settimane, sul palco della Locanda Atlantide, Velia Lalli mette insieme il suo mondo, facendone ridere gli altri.

Un po’ è coraggio.

Un po’ è talento.

Magari entrambi.

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Daniele Fabbri, non sapendo scegliere cosa diventare, scelse di essere un artista, per poter essere chiunque.

 

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Febbraio 2013

Informatico, attore, giornalista, fumettista e comedian. Artista in molti modi differenti, dal Cruci Fiction Tour al palco della Locanda Atlantide, il comedian più eclettico di Satiriasi.

“Non aver paura della perfezione, tanto non la raggiungerai mai” Salvador Dalì

Da quando ho l’insana abitudine di presenziare alle serate di Satiriasi, accuso un fastidio ricorrente. Dimentico facilmente la maggior parte delle cose che ascolto ma ho la tendenza a ricordare brevi stralci dei monologhi di questi comedian. E sarebbe una cosa ottima se non fosse che finisco per ricordare esattamente ciò che non posso pubblicare, perché, come sapete, Satiriasi è uno spettacolo vietato ai minori.

Daniele Fabbri non fa alcuna eccezione per la mia memoria malata ma ha, per un giornalista, quella apprezzabile qualità che si chiama versatilità. E’ quel genere di artista del quale si potrebbe parlare per ore, perché è artista in molti modi diversi.  E’ quel tipo di artista che non si esalta per gli applausi, cioè li apprezza ma si esalta solo per quelli a marchio doc. E’ un artista ma non è innamorato di se stesso. Cioè, lo è, ma con lucidità. E’ un artista che ti fa venire voglia di esserlo. Perché sembra dare una consuetudine all’eccezionalità.

Informatico, attore, giornalista, fumettista, ballerino (solo a volte), comedian. Daniele Fabbri non si fa mancare nulla. E non ci fa, mancare nulla. L’uomo che ha coniato il concetto di ‘bestemmia sostenibile’ è autore (con Stefano Antonucci) di ‘Cruci Fiction Tour’, fumetto maleducato e irrinunciabile edito da Made in Kina (questo l’indirizzo per leggerne le prime pagine http://edizionimadeinkina.blogspot.it/p/pubblicazioni.html), si esibisce come mimo e scarica molti suoi talenti sul palco di Satiriasi. E’ molto di più di un comico quello che si esibisce alla Locanda Atlantide. C’è molto della sua formazione di attore nei suoi monologhi. Sembra quasi scontato dire che un attore, sul palco, faccia l’attore. Ma una delle caratteristiche della Stand Up Comedy è proprio quella di spogliarsi dei personaggi e interpretare soltanto il testo. Il confine è sottile. Daniele Fabbri è proprio in bilico su quel confine ma senza sbavature d’equilibrio. Tiene in pugno tempi scenici, espressione e pubblico, senza balbuzie. Mi stupisce settimana dopo settimana come questi artisti, di natura così diversa, tengano quel palco senza imbarazzi. Lo dico perché è nella natura umana sentire l’applauso prima e inciampare in un gradino. Loro, non inciampano mai. Sospetto che ci sia molto di Filippo Giardina in questa capacità di leggere molti applausi in un applauso solo. E’ un attimo, per il pubblico, passare dall’entusiasmo per la fine di un pezzo, all’entusiasmo per l’inizio di un altro. Quell’attimo è il momento fermo in cui ancora non sai chi sarà il prossimo a salire sul palco. Daniele Fabbri è uno che su quel palco ti mette a tuo agio. Sembra un errore, non lo è. Lui è uno che si addentra nelle cose con quella spontanea eccitazione di chi sa godersi il momento. E’ bravissimo in questo. E tu, ti sbraghi. Così, quando il suo cinismo si manifesta, ti prende in contropiede. Ti sorprende come un estraneo in casa mentre esci nudo dalla doccia. Devastante. Per questo ridi. Perché se ci pensi, è peggio. Molto molto cattivo nel suo modo di essere comedian.

Ed è troppe cose insieme Daniele Fabbri perché, incontrandolo, non si senta il peso di questa sua versatilità. E’ come se dal concentrato di tutto quello che fa, mostrasse la crusca di tutto quello che è. Talento, suppongo. Ma non solo talento artistico. Penso si chiami talento di vivere.

Eppure, come tutte le persone che sanno fare molto, confessa di avere –per usare un eufemismo- del risentimento verso se stesso, per quel poco che non sa fare. Il margine. La parte mancante. Come si dice, non si può arrivare lontano di pochi passi se non si mira almeno alla Luna. E magari alla Luna non ci arriverà neanche lui, ma è un po’ come Dalì, Daniele Fabbri, uno che non si lascia imbarazzare dal pensiero della perfezione.

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Dorothy Circus Gallery, un mondo di meraviglia e possibilità

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Gennaio 2012

“Si ritrovò in una stanza lunga, bassa, illuminata da una serie di lampade che pendevano dal soffitto. La stanza era piena di porte, ma erano tutte chiuse a chiave. E dopo averla percorsa in lungo e in largo, tentando di aprire ogni porta, se ne tornò mesta mesta nel mezzo, chiedendosi come avrebbe fatto a uscire da lì.”

Questa è la parte di ‘Alice’s adventures in wonderland’s’ che in assoluto preferisco. Questa è la parte delle possibilità. E’ la parte delle fantasie attese e non ancora disilluse. E’ il sabato del villaggio di carrolliana visione. Quando nulla ci è ancora stato mostrato e possiamo immaginare tutto. I bambini sono così. I bambini non sanno nulla, per questo possono immaginare tutto. Questa è la loro magia. I bambini finiscono la prima volta che pensano che qualcosa possa non esistere.

A meno che, non la dipingano. E allora sono artisti, bambini che non finiscono mai. Semplicemente entrano da adulti nella vita che da bambini immaginavano. Impastano colori memorie forme pensieri follie e ne fanno arte. Non inventano mondi diversi, ci vivono dentro. A noi li raccontano soltanto. Quello che ne facciamo dipende da quanti pezzi di bambino ci sono rimasti attaccati addosso. Quello che ne facciamo dipende da quello che siamo capaci di vedere dietro una porta chiusa.

O, a volte, dietro tante finestre aperte.
E ci sono posti in cui un po’ di queste finestre si affacciano sul nostro mondo come inviti. Entrare nella Dorothy Circus Gallery,  ti fa pensare di aver seguito un Bianconiglio senza essertene accorto. Per queste festività il tempio del Pop Surrealismo nel cuore di Roma, si è animato di dolci (nel vero senso della parola) suggestioni natalizie, regalando caramelle e genialità – perché ogni altro aggettivo che non sia genio accanto al nome di Joe Sorren è un equivoco – , marshmallows e Munny che sembrano fatti di gelatina di fragola e, invece, sono fatti ‘soltanto’ di vetro di Murano  e sono creazioni di Alessio Vidal. La mostra ‘I love candies’, inaugurata lo scorso dicembre e che si chiuderà il 15 gennaio prossimo, raccoglie meraviglie e leccornie capaci di far cariare denti e anima, se questa fosse corruttibile dalla creatività.

Ospiti d’eccezione della serata, le sculture della talentuosa coppia Kathie Olivas e Brandt Peters ma come non includere nella stessa eccezionalità anche la partecipazione di artisti come Ron English o Yosuke Ueno.

E ancora, le delizione bamboline dell’artista francese Clementine De Chabaneix che diresti di zucchero e che sono invece di resina. E poi alberi di Natale fatti di toys d’autore, e certi oggetti unici, scovati chissà dove, insieme a certi talenti, che contraddistinguono l’istinto e lo stile unico di Alexandra Mazzanti. Ogni opera un assaggio di mondi che non conoscevamo e forse neanche potevamo immaginare, perché la nostra è solo fantasia, perché in noi non c’è l’unicità del gesto dopo, quello che la rende arte.

‘Che cerchiamo sempre un punto di contatto con qualcosa di estraneo alla nostra quotidianità e che invece ci portiamo dentro, sempre. Da piccoli lo cercavamo nelle case delle bambole o mentre agitavamo una macchinina in aria, fingendone il suono e credendo che volasse. A volte ci bastava una spada o un tutù per disegnarci un mondo diverso intorno. Semplicemente, noi lo vedevamo. Oggi che abbiamo smesso, oggi che siamo cresciuti e, come Alice, crediamo di non vedere altro che il mazzo di carte, quel mondo continua in realtà ad attirarci. A chiamarci dalle sue finestre di possibilità. Nella white velvet della Galleria, Alexandra Mazzanti ci presenta questo giovane  italiano che non si imbarazza al cospetto di tanta eccellenza. I suoi colori chiamano. Gli oli di Neirus ti fanno venire voglia di mettere un piede sul davanzale delle sue finestre e poi la testa e le mani e lanciarti senza esitare, come facevamo da piccoli nelle pozzanghere, con gli stivali da pioggia e i sogni di un posto diverso.  E questo posto di colori niditi, fatto di toys di gatti tristi in campane di vetro con topi tatuati sul braccio o bambini in frack che volano con ombrelli ci chiama prepotentemente dal ‘di dentro’ della nostra fantasia, come a persuaderci che basti diventare un anime per trovare l’anima.

Perché non importa quanto cresciamo, anche Alice, dopo, seppe guardare oltre lo specchio.

A noi, basta scegliere una finestra. E una possibilità.

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